Feb 2023 | Open Banking |
Alessandro Cirinei
Commercial Strategy Director
Experian

A tre anni dalla sua introduzione in Italia, è possibile fare un primo bilancio sulla direttiva PSD2, che ha aperto le porte all’open banking in un momento in cui, anche per le contingenze legate alla pandemia, la digitalizzazione dei servizi ha vissuto un’esplosione senza precedenti.

Prima dell’introduzione della normativa, gli insight forniti dai dati transazionali erano disponibili solo per un determinato cliente o si potevano ottenere con tecniche di web scraping poco sicure, con processi in gran parte basati su documentazione fisica, forieri di conseguenti lungaggini burocratiche. Un contesto di partenza che avrebbe reso molto difficile a banche e imprese comprendere le urgenze dei propri clienti e destreggiarsi nelle complessità introdotte dalla pandemia.

L’open banking ha permesso alle istituzioni di credito di navigare in modo più agile all’interno della complessità di questi anni, consentendo, ad esempio, di verificare il reddito di un cliente privato oppure di calcolare il cashflow per una PMI in pochi secondi e con un’esperienza totalmente digitale, sostituendo le complesse verifiche in passato necessarie, basate sull’analisi di numerosi documenti cartacei.

Ma a che punto siamo? E cosa manca ancora da fare?

Un passo avanti per la valutazione della sostenibilità dei prestiti e la personalizzazione dei servizi

Dall’inizio della pandemia la sostenibilità di un prestito è diventata più difficile da misurare, poiché alcuni segnali di stress finanziario sono stati ritardati grazie agli interventi governativi a sostegno di famiglie ed imprese. Come conseguenza, i problemi di insolvenza e la loro portata sono stati ancora più difficili da prevedere e le istituzioni di credito si sono trovate in una situazione di ulteriore incertezza. In questo contesto, i dati transazionali contribuiscono a colmare il divario fornendo una comprensione più profonda ed in tempo reale del comportamento finanziario relativo ad entrate e spese di persone e aziende.

Secondo l’ultima indagine di Forrester Consulting commissionata da Experian, il 42% delle imprese del settore finanziario e delle telecomunicazioni in Italia ha già investito nell’open banking, contro una media globale del 39%, mentre il 45% pianifica di investirvi entro i prossimi 5 anni. La ragione principale degli investimenti nell’open banking è legata alla possibilità di ottimizzare la verifica di rischio di credito e sostenibilità dei prestiti, con un 23% degli intervistati che la indica addirittura come priorità critica.

In particolare, le imprese ritengono che l’open banking consenta di rispondere a diverse priorità di verifica al momento della valutazione di un profilo: indice di affordability (44%), indice di rischio (42%), gestione delle risorse finanziarie (42%), verifica dell’identità e dello status lavorativo (40%).

Inoltre, le imprese ritengono che il sistema dell’open banking favorisca l’innovazione dei processi e delle operazioni, consentendo di migliorare il customer management (ad esempio, individuando segnali di allarme, modelli dell’International Financial Reporting Standard 9 [IFRS9], modelli comportamentali di probabilità di inadempienza, raccomandazione di prodotti per cross-/upsell, indicato come importante o molto importante dal 61% degli intervistati) e di far fronte alle frodi (indicato come importante o molto importante dal 65% degli intervistati).

Rimangono i timori legati alle modalità di utilizzo e sicurezza dei dati

Nonostante questi risvolti positivi, un’azienda su 10 non ha ancora previsto di indirizzare parte dei propri investimenti verso questa frontiera e il 51% sta ancora cercando di capire come ottenere il massimo valore dall’open banking.

Per le imprese, c’è una preoccupazione principale che ostacola un’adozione decisa dell’open banking: il consenso all’utilizzo dei servizi da parte dei consumatori (segnalato dal 54% delle imprese intervistate). Secondo lo studio di Forrester Consulting, infatti, oltre la metà dei consumatori italiani non comprende come le imprese utilizzino i suoi dati e ritiene anzi che questi vengano già condivisi tra diverse aziende senza il suo consenso, mentre il 42% ritiene che le imprese non abbiano implementato misure di sicurezza sufficienti a proteggere i dati dei clienti.

Nel momento in cui la condivisione dei dati consente l’accesso a prodotti e servizi personalizzati e una riduzione delle pratiche burocratiche e delle interazioni fisiche – sia che si tratti di recarsi in filiale o di dover reperire e inviare documentazione cartacea, i consumatori si dimostrano molto più disponibili ad accettare che i prestatori accedano alle proprie informazioni di credito e addirittura a connettere il proprio conto bancario con un’applicazione mobile. Ad esempio, quasi 4 italiani su 6 sarebbero disposti a condividere i dati bancari transazionali per ricevere accesso immediato ai fondi di un prestito senza ritardi. Nonostante ciò, dall’esperienza di Experian maturata sul campo, la percentuale di utenti che accetta di fornire il consenso risulta pari al 70% e di questi, il 75% riesce a completare con successo il processo.
Il 97% dei problemi tecnici che impediscono il completamento è condizionato dalla qualità dell’ecosistema bancario nel suo complesso (il 64% degli utenti si ferma già prima della strong customer authentication, mentre il restante 36% è costretto a fermarsi dopo la SCA).

Persistono infatti alcune problematiche relative alla qualità delle API bancarie e ad adeguate garanzie sui livelli di servizio. Ad ogni modo, è evidente che la fiducia di imprese e consumatori nel consenso è in netta crescita, specie con riferimento al mondo del credito: un tasso di abbandono del 25% nel processo di aggregazione dei conti può apparire significativo ma, grazie anche all’impegno di banche e centri servizi, questo dato ha registrato un miglioramento del 20% nell’ultimo anno. Ne consegue che vi sia una tendenza positiva in atto ed è presumibile che possa continuare ad aumentare con la crescita del tasso di adozione del servizio.

Conclusioni

La velocità e la gravità dell’impatto sulle finanze dei clienti causato dalla pandemia di Covid-19 implica la necessità di avere un quadro affidabile di valutazione del credito che permette alla propria azienda di dare priorità alla salute finanziaria, offrendo sia all’impresa che ai suoi clienti una migliore comprensione della soluzione finanziaria più realistica e conveniente.

Le prime esperienze con l’open banking di imprese e consumatori hanno messo in evidenza come la digitalizzazione di questi processi e servizi porti vantaggi da entrambe le parti in termine di personalizzazione delle offerte e garanzia di sostenibilità delle richieste di prestito, ma hanno anche indicato possibili aree di miglioramento su cui potrebbe intervenire il prossimo aggiornamento della direttiva: sicurezza dei dati, armonizzazione dei processi tra le varie istituzioni e customizzazione dei servizi. Sono sicuramente queste le aree nelle quali possiamo aspettarci la principale evoluzione in tema di open banking, proprio per rispondere in modo sempre più efficace alle richieste e ai desideri dei clienti.